Un giorno di alcuni anni fa una mia collega pediatra di base con cui collaboravo, mi raccontò una situazione che le stava molto a cuore.

La mamma di un bambino suo paziente, una signora di carattere forte che non aveva avuto propri figli e che avvicinandosi ai cinquant’anni, dopo un difficile percorso di adozione all’estero affrontato con il marito, aveva avuto un ragazzino di nove anni, si era trovata da sola a gestirlo.

Il marito, una volta che il minore era entrato in famiglia, trascorsi pochi mesi, aveva abdicato al ruolo di padre e se ne era andato, abbandonando la moglie e il figlio adottivo.

La madre, imprenditrice, si era trovata all’improvviso, da sola, a fare le veci di unico genitore trovandosi in grande difficoltà. Da subito aveva cominciato a riversare dubbi, incertezze, colpe sul bambino che vedeva come la causa scatenante dell’abbandono del marito. Dissi alla pediatra di darle il mio recapito e dopo pochi giorni fui contattata e fissammo il primo incontro a cui si presentò puntuale e da sola.

La prima cosa che fece fu quella di mostrarmi una foto del figlio sul suo cellulare, poi mi disse che il bambino l’avrebbe desiderato più piccolo di età ma che non era stato possibile vista l’età dei futuri genitori adottivi.

Continuò dicendomi che lungo il percorso degli incontri con il Servizio Sociale, il marito sembrava innervosirsi sempre di più creando problemi relazionali e tensioni nella coppia, cui lei non aveva dato la necessaria importanza. Trascorsi due anni impegnativi finalizzati all’adozione, il percorso si concluse con l’arrivo del minore a casa.

Improvvisamente, la signora mutò espressione del viso, più duro, quasi marmoreo, e continuò a parlare. Disse che il bambino (10 anni) aveva instaurato con il padre adottivo, un buon rapporto di fiducia e di affetto. Il padre, cui con orari diversi da quelli della moglie, che rientrava tardi a fine giornata, passava molto tempo con il ragazzino, svolgendo anche le mansioni quotidiane della casa, occupandosi di tutto, anche dello sport e della scuola.

Apparentemente l’arrivo del piccolo sembrava aver appianato le difficoltà emerse lungo il percorso, ma giunse il momento in cui il fuoco emotivo che covava sotto alla cenere diede vita a un incendio. Scoppiò una sera quando il merito disse alla consorte che lui non aveva mai voluto il ruolo di padre adottivo, che questa responsabilità si era sentito costretto ad assumersela per assecondarla visto che lei ci teneva tanto ad avere un bambino.

Poi fece la valigia e se ne andò. Nessuno spiegò al bambino come mai il padre se ne fosse andato, tutto fu avvolto da un velo di silenzio e lui non fece domande che tanto non avrebbero ricevuto risposte. Giorno dopo giorno, nacque in lui un pensiero devastante per una mente ancora piccola: “era stata colpa sua se il papà se ne era andato, lo aveva deluso”.

La madre sottolineò che il suo lavoro non le permetteva di occuparsi da sola del figlio, tranne la sera dopo cena, in cui poteva stare con lui e metterlo a letto, ma aggiunse, purtroppo, questo che doveva essere un momento di affetto e serenità era diventato un momento di scontro: il bambino era ostile, non accettava regole anzi sembrava un selvaggio devastando ogni oggetto che gli capitasse a tiro. Di giorno, al contrario, quando era affidato alla gestione di persone esterne e alla scuola, riceveva solo complimenti per il suo comportamento corretto, educato, collaborativo.

La madre era prossima a una “crisi di rigetto”: non ce la faceva più, e le sue reazioni diventavano sempre più composte da urla, rimproveri, punizioni, minacce. Aveva tentato anche di blandire il figlio con regali costosi ma non era servito a nulla. La situazione mi sembrava al limite, madre e figlio si intossicavano a vicenda, così decisi di prendere contatti con il padre.

Fui sorpresa dalla sua disponibilità, anche se telefonica. Mi disse che aveva formato una nuova famiglia e che non avrebbe più potuto contribuire economicamente a quell’altra, aggiunse che aveva già concordato tutto con la moglie che grazie al suo lavoro era in grado di mantenere se stessa e il bambino in modo più che onorevole. Accettò un mio cordiale invito per un incontro da solo e fu l’unica occasione in cui lo vidi.

La coppia presentava ancor prima del percorso di adozione, difficoltà relazionali sommerse seppur radicate, dove il ruolo manipolatorio e decisionale era sempre stato svolto dalla moglie. Il marito, con la sua accondiscendenza, accettò di adottare un figlio con la speranza che potesse portare ad un miglioramento della relazione di coppia, ormai seriamente compromessa, lasciando credere alla moglie che fosse una decisione condivisa. Poi fu assalito da stati d’ansia che gli attanagliavano la gola sentendosi soffocare, temeva di perdere la propria identità diventando una sorta di “pupazzo mammo” manovrato dalla moglie. In tutto questo il bambino non aveva colpe, aveva solo bisogno di due genitori che lo amassero. Mi disse che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto, era dispiaciuto di aver arrecato del dolore al figlio adottivo, ma non sarebbe tornato indietro, ora aveva una nuova famiglia e doveva pensare a loro.

Aggiunse che non avrebbe mai accettato un percorso di Mediazione familiare, in quanto non voleva più incontrare l’ex moglie, ma in futuro si diceva disposto ad incontrare il figlio.

Purtroppo nuova moglie non accettò che il ragazzino frequentasse la loro casa, rapportandosi con il proprio figlio biologico. Quelle rare volte in cui il padre era riuscito a portarlo da loro, lei lo trattava come il figlio del marito di serie B, quello non voluto e di nascosto dal marito gli riservava il trattamento peggiore, negando sempre che ciò accadesse.

Quando la madre prese coscienza di ciò che le raccontava il figlio e del suo desiderio di non volere più andare a casa del padre, non permise più che lui ci soggiornasse.

Ecco un esempio di come la Mediazione familiare non sia andata a buon fine, mancando il completo coinvolgimento di tutti i partecipanti, che scelsero, di mantenersi ancorati sulle loro scelte egoistiche, senza tentare di mettersi in gioco attraverso un percorso di mediazione in un lavoro di revisione dei ruoli del quale avrebbe potuto beneficiare soprattutto il bambino adottato, che dopo aver vissuto il trauma dell’abbandono da parte del genitore biologico, subì la sparizione del padre adottivo con il quale aveva già in parte instaurato quel legame affettivo di cui tanto aveva bisogno.

Immagine di Raffaella Pasciuti

Raffaella Pasciuti

Raffaella Pasciuti, laureata in psicopedagogia con lode, si è specializzata nei disturbi dell'apprendimento e del linguaggio nei bambini con un corso triennale presso IFRA. Naturale è stato il successivo passaggio dal bambino alla famiglia e l'attività come mediatore familiare, svolta sia privatamente sia in collaborazione con ASL, Comuni e Regioni. Ha svolto attività di docenza in corsi e seminari rivolti Mediatori, Pediatri e a Infermieri professionali. Al suo attivo numerosi articoli su riviste di settore.

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